Sul furto come enclave residuale dell’economia del dono

0 Posted by - February 8, 2018 - comunicazione

(scritto nel 2004, inedito e rivisto nel 2018)

In principio non era affatto il verbo, ma la mano.

La mano dei raccoglitori-cacciatori scavava la terra in cerca di radici, la mano si protendeva verso i frutti, oppure costruiva trappole o azionava l’arma primitiva per l’approvvigionamento della preziosa carne. I raccoglitori-cacciatori preistorici, come del resto i loro residuali discendenti contemporanei, dovettero sviluppare un particolare senso dell’invisibilità, perché raramente in natura i frutti sono esibiti alla luce del sole in un richiamo senza veli e senza pudori. Al contrario, la natura fornisce in abbondanza indizi, come se la fioritura del cibo fosse paragonabile a un atto che occorre celare al mondo, ma che lascia dietro di sé inconsapevoli tracce. La nascita in questo mondo è quasi un atto delittuoso, come notò un filosofo presocratico. Il raccoglitore-cacciatore è perciò un detective ben più scaltro dl Sherlock Holmes, poiché dal suo fiuto non deriva la banale rivelazione del “colpevole” bensì la sua stessa sopravvivenza.

Analogamente, la cattura della preda animale richiede un alto grado di invisibilità, parente prossima del rispetto, poiché la preda è furba e attenta e non si lascia certo sorprendere da un cacciatore sprovveduto. Ne consegue che l’atteggiamento generale dei nostri remoti antenati doveva contenere un alto grado di scaltrezza. Si trattava, dunque, di un modo di comportarsi e di atteggiare il corpo e i sensi che oggi verrebbe definito “furtivo”, termine inadeguato non per il significato esplicito che contiene ma per la radice che condivide con la parola “furto”, le cui connotazioni morali trascolorano nel suo cugino, alterandone il vero senso. Agire furtivamente significa comportarsi in un modo che mira a eludere la vigilanza, ma la sorveglianza di chi?

Poiché in natura non esiste un sistema di controllo assoluto, né una demarcazione territoriale netta e indivisibile, l’aggettivo “furtivo” non denota alcun comportamento reale. Sarebbe infatti preferibile adoperare in suo luogo “occulto”, cioè “non manifesto”, nascosto alla vista, al naso o all’intelligenza. Ne consegue che la potente spinta all’intelligenza, così visibile in natura sotto forma di genealogia di entità e di specie variamente dotate di sensibilità, non può derivare da una astrazione verbale, da un concetto, da una pre-disposizione alla disamina razionale del mondo, ma deve invece discendere dall’azione della magia naturale nel momento stesso in cui, inconsapevolmente, uno qualsiasi degli attori presenti sul teatro della vita si dota degli strumenti dell’inganno e della visione, distribuendoli fra specie e phyla, secondando ritmi e relazioni complesse.

L’opera del raccoglitore-cacciatore inizia a perdere le sue qualità occulte e ad acquistare quelle furtive nel momento in cui la caccia e la raccolta cominciano a essere considerati varianti del furto. I guerrieri della foresta di Sherwood capeggiati da Robin Hood sono in realtà cacciatori di frodo, le loro donne sono raccoglitrici che non pagano più il “legnatico”, ovvero la tassa sulla raccolta di un bene gratuito e abbondante in natura qual è la legna secca. Perciò, nel più oscuro angolo dei nostri cuori, quello in cui c’è ancora traccia del nostro essere stati fanciulli, è impossibile non parteggiare per Robin Hood, non si può fare a meno di vibrare all’unisono con la sua infallibile freccia che punta dritto al cuore dell’orrido e cattivissimo sceriffo di Nottingham, che impone tasse inique e spaventose, il rappresentate della schiacciante burocrazia, dell’ordine gerarchico del lavoro e della quantificazione mercantile del valore aggiunto.

Il vero re, il sovrano nobile, il Riccardo Cuor di Leone in nome del quale combatte il paladino Robin Hood, è divenuto esso stesso una figura occultata, e volontariamente – si dice – ma sarà vero? Guerriero in terra straniera e lontanissima, re Riccardo in realtà non può tornare, anche se volesse. La sua condizione è esattamente speculare rispetto a quella del popolo che si è rifugiato nella foresta. Egli si è infatti rifugiato nella leggenda, ha trovato posto tra i favolosi cavalieri senza macchia e senza paura che da millenni popolano le favole infantili. Il fatto che nella realtà storica egli sia tornato dalla terza Crociata per domare Giovanni Senza Terra, il fratello usurpatore, nell’economia delle leggende popolari deve essere omesso, o quantomeno reso per metafore, perché l’avidità del regno produce una immediata deminutio della antonomastica nobiltà di spirito di un re.

Torniamo alla forza di persuasione dell’amministrazione e notiamo come essa, fin dagli albori, costituisca il primo esempio concreto di economia noetica dell’artificiale. Le città stato che sorgono fra il Tigri e l’Eufrate, esempi delle wittfogeliane “civiltà idrauliche”, segnano l’imponente opera di rifondazione noetica ormai in stato avanzato. Da quel momento si struttura anche la scrittura, che è prima di tutto strumento della contabilità e solo in funzione derivata della mitologia, della storia e delle scienze. La prima espressività scritta è stata espressione di una forma di controllo e di potere, come è ben noto.

Molto più tardi il percorso della scrittura si incarna nel cosiddetto codice di Hammurabi, con le sue esplicite sanzioni comminate a chi è reo di furto. Ma sappiamo bene che ormai da millenni l’appropriazione è ritenuta sempre indebita, a meno che non siano sancite regole sociali che la rendano lecita, come avviene nel caso dell’appropriazione di una res nullius; ma con questa siamo già nel recinto del raffinatissimo e astrattissimo diritto romano. E poi, di fatto, quasi nulla è res nullius, cosicché il valore di un’astrazione non supera l’ambito dell’astrazione, rivelandosi per quel che in realtà è: una speculazione prossimale al nulla. In ogni caso la regolamentazione della proprietà coincide con l’introduzione di un’unità di misura fondata sulla scala umana. Di tutte le cose l’uomo è la misura, dirà poi Protagora di Abdera, il sofista, spingendosi addirittura ad affermare che questa misura si estende alle cose che sono in quanto sono e a quelle che non sono in quanto non sono. Quale presunzione!

È un fatto che a partire dall’epoca storica l’unità di misura su scala umana si sovrappone e infine sostituisce quell’insieme di relazioni dinamiche che nel Cosmo intero è dato dall’eterna azione equilibratrice di quantità variabili.

I beni in natura assomigliano a ipotesi di rotture di equilibri. L’equazione universale e ancor oggi segreta sembra intervenire per indurre una siffatta abbondanza di essere a riposarsi nel letto dell’eterna equazione, come nella dinamica della vita e della morte. L’equilibrio in natura è sempre ristabilito, ma con un evidente saldo positivo in favore della vita. La vita è la ragione e la luce dell’universo, e la sua espressione artistica è l’abbondanza di forme dinamiche. L’equilibrio non è dunque mai perfetto, se lo fosse vi sarebbe immobilità, stasi, non-vita.

Quel sovrappiù fa sì che in tutti i fenomeni fisici sia presente un’oscillazione. A un livello molto alto (ma certamente non il più alto) della struttura dimensionale degli enti riconosciamo la forza che fa oscillare l’immenso apparato nella sua incarnazione generatrice, ovvero ciò che chiamiamo il vivente. La vita è un casto atto donativo, ma è proprio la ricezione del sovrappiù che genera l’espansione senza fine della vita medesima. Poiché nei segreti recessi dell’essere agisce sempre una tendenza all’equilibrio, quel sovrappiù non è mai esibito senza pudore né difesa. Il gesto di appropriazione in natura richiede fatica e scaltrezza, ovvero invisibilità. Questo gioco è giocato sia dalla preda che dal predatore, sia dall’animale che dalla pianta. Se c’è un’offerta di cibo apparentemente gratuita ci deve essere anche una occulta, quindi invisibile contropartita, come avviene quando i frugivori spargono inconsapevolmente in giro per il mondo i semi degli abbondanti frutti che hanno divorato. Ma anche in questo caso il risultato è una “equilibrazione” e non un equilibrio. Il sovrappiù si manifesta nell’espansione del principio vitale incarnato in quel determinato albero da frutto, o in quella determinata specie animale, ma salendo per i rami nell’espansione dell’intero organismo costituito da tutto il vivente, e presente in ogni parte del Cosmo. Perciò, in natura, non può assolutamente esistere nulla di simile al furto. Lo vieta l’esistenza di un saldo sempre attivo.

Nell’economia umana, nata da una inesplicabile intromissione dell’artificiale, questa variabile assoluta permane sotto forma depotenziata di saldo attivo nella partita doppia, che ha generato nel tempo storico un processo di accelerazione senza la sua naturale contropartita di dispendio. Quindi, la ricchezza prodotta è sempre maggiore di quanto possa mai far circolare il sistema di distribuzione. L’eccedenza è energia congelata. Per quanto il sistema economico dominante sembri a tutta prima un apparato di scambio fondato sulla produzione, esso si basa invece sulla sottrazione e sul congelamento delle risorse esistenti. Il reinvestimento del risparmio confluisce sempre più nella finanza, producendo le ben note bolle speculative, e sempre meno viene reinvestito nella produzione di beni e di servizi.

Dunque, il bene si trasforma solo in minima parte in benessere e quella minima parte, obbedendo alla legge della sottrazione, deve per forza di cose essere distribuita in modo diseguale, cosicché non può che generare a sua volta accumulo e disuguaglianza, sotto forma di differenza fra stili di vita; è il ben noto concetto di “tenore di vita”.

La via all’artificiale si intuisce anche nell’economia psichica che si cela sotto la ragione mercantile della produzione di beni. Veri beni sono infatti beni minimali e perché essi siano elargiti non c’è in realtà nessun bisogno di strutture artificiali, come dimostra l’esistenza dei raccoglitori-cacciatori. Forse il motivo reale del progressivo inarrestabile sterminio, o assorbimento culturale (il che è lo stesso) degli ultimi popoli di raccoglitori-cacciatori esistenti sulla faccia della terra risiede nel fatto che essi sono l’esempio vivente di un alternativo e ben più antico modello di relazione economica fra l’essere umano e il creato, e ciò senza nessuna concessione alla mistica del buon selvaggio, poiché è ben noto che condizioni di vita primitive celano anche abissi di violenza.

Ma resta il fatto che questi ultimi esemplari di un’antica relazione col mondo sono scomodi, ed è dunque preferibile eliminarli, se si adotta l’ottica del capitalismo mondializzato. Gli imperi non ammettono province autonome.

Ma l’antica natura dei raccoglitori-cacciatori continua a sopravvivere in ciascun essere umano. Dopotutto, molto recente è la storia della via all’artificiale. Perché i codici comportamentali si trasformino in attitudini innate dovrà probabilmente trascorrere ancora molto, moltissimo tempo.

Nel frattempo la vecchia natura sopravvive come può, ad esempio nel gesto spontaneo di appropriazione, che ora è però “indebita” e come tale viene immediatamente processata prima dall’inconscio di ciascuno e poi dall’ordine costituito. Nel gesto di appropriazione vi è semplicemente il riconoscimento del sovrappiù, della sovrabbondanza, che in natura è automaticamente a disposizione di chi si fa così scaltro da appropriarsene senza danno, seguendo la consueta ricerca di strategie di occultamento e di invisibilità, o quelle speculari, tendenti a violare l’altrui invulnerabilità. Il furto è esattamente questo, e lo dimostra il fatto che esso non è un comportamento “patologico”, come si dice usando le solite metafore mediche, ma al contrario è un comportamento universale e innato, come ben evidenzia il noto adagio popolare secondo il quale “l’occasione fa l’uomo ladro”.

La logica del furto è talmente stringente da svelare in prima battuta un inganno colossale. Si dice infatti che nel furto vi è sottrazione, ma proprio questo asserto è falso. La catena della distribuzione delle merci esiste perché si applica su scala globale e capillare il principio della sottrazione del valore. Il guadagno mercantile non è che sottrazione di parte della ricchezza dell’acquirente, poiché solo una parte del prezzo del bene corrisponde alla somma del valore d’uso, della materia prima, del valore derivante dal lavoro impiegato nella produzione e infine di tutto ciò che oggi si definisce e costituisce il background.

Questa intima “essenza” della proprietà privata, che coincide col lavoro e che predispone ciascuno, nababbi inclusi, a subire varie forme di alienazione, questa stessa essenza che in ultima analisi è la diretta conseguenza della via all’artificiale, è stata come si sa enunciata con molta chiarezza dal giovane Marx, prima che egli si allontanasse dal solco hegeliano e fichtiano, e resta forse la sola parte del suo pensiero che possa agevolmente saldarsi ai processi economici del mondo contemporaneo, per il resto radicalmente mutati per effetto delle innumerevoli e ancorché imprevedibili rivoluzioni tecnologiche nel frattempo poste in essere nella imperscrutabilità dei processi storici.

Nell’economia del mondo contemporaneo l’alienazione ha generato infatti e su scala planetaria da un lato un processo di accumulazione dei beni senza un corrispondete adeguato dispendio, e dall’altro una progressiva sottrazione del credito e un congelamento delle risorse. Il problema delle economie forti è quindi il surplus che nessun consumatore è in grado di consumare, quello delle economie deboli è l’assenza di credito, quel credito che nessun paese povero è in condizioni di richiedere, ma senza il quale nessuna regione povera del mondo può sollevarsi dalle sue attuali condizioni. Il proverbiale cane che si morde la coda.

In questa situazione ogni atto di appropriazione non è che una visualizzazione della relazione fra chi non ha nulla da perdere e chi invece ha tutto, ma è proprio l’etica del furto che rivela tutta la follia di simile modello. In un regime di iper-abbondanza il furto non dovrebbe esistere. L’automatismo ormai prossimo alla completa robotizzazione della produzione crea un ambiente che contraddice e corregge quell’equilibrio basato sull’impercettibile saldo positivo che contraddistingue la vita. L’iper-abbondanza deriva dunque dalla moltiplicazione scalare di quello stesso saldo positivo e non stupisce, quindi, se essa mostra l’aspetto di una diffusa frenesia vitalistica.

Tuttavia, poiché la catena di distribuzione non mira alla diffusione del benessere ma solo a quella del “bene”, questa sovrabbondanza dà immediatamente luogo al suo opposto, ovvero a un regime di penuria. La penuria dell’abbondanza! È il fondamento del mito di Tantalo incatenato, ovvero la metafisica dell’oggetto di consumo, la cui dimensione è la rapidità. Infatti, in un sistema saturato, è appunto necessario produrre a tutti i costi la spinta al consumo. La spinta vale molto più del bene e come si è giunti a capire da qualche tempo nel mondo del marketing, conta molto più la creazione, l’invenzione di una nuova strategia di bisogni che non la produzione di qualsiasi oggetto o evento che riempia questi stessi bisogni. Da qui quell’immensa torre di Babele, costituita di bisogni compulsivi artificiali, che sollecita in ciascuno l’istinto all’accaparramento. L’appropriazione mercantile dei beni assume così una luce sinistra. Essa è sempre narcisistica e il suo campo energetico è di natura pornografica, in quanto tale a senso unico, non reversibile per definizione.

Ma quanto diversa è l’economia del furto, che reintroduce nel sistema la categoria del dispendio senza immediato guadagno, e che è pertanto sempre reversibile. Per questo il furto avviene sempre nella massima invisibilità e non può confondersi con la rapina. La sottrazione del bene deve apparire quasi un’opera di magia, richiede una grande abilità mimetica.

Com’è noto, le grandi catene di distribuzione ingaggiano personale specializzato che ha il compito di sorvegliare i punti vendita bersagliati da questo esercito di invisibili raccoglitori-cacciatori. Un sistema di sorveglianza altamente tecnologico si affianca a un personale non produttivo, perché nella lotta fra il gatto e il topo vince quasi sempre il topo. Allora a che scopo mettere in piedi questo apparato? È la logica del deterrente, analoga alla strategia della corsa agli armamenti. Il sistema è sempre un sistema di controllo massimalista, che mira all’assoluto, collocandosi pertanto agli antipodi di ciò che si nota nelle strutture di relazione spontanee, naturali, in cui esiste sempre una “via d’uscita”, un’alternativa, poiché il cosmo è per definizione un sistema aperto, un regno di possibilità.

L’apparato di sorveglianza non serve a limitare i “danni” del furto, ma a ricordare agli “onesti” che la sanzione può sempre abbattersi sulle loro teste. Serve, in pratica, da strumento psicologico di inorientamento delle coscienze e ottiene lo scopo di evitare che gli irreggimentati, cioè i produttori-consumatori (i cosiddetti “prosumers” individuati con un fortunato neologismo da Toffler) ricordino la loro condizione primigenia di raccoglitori-cacciatori. In altre parole, si è in presenza di una vasta strategia di occultamento e lo dimostra il fatto banale che le grandi catene di distribuzione non subiscono mai perdite reali derivanti dai furti. Lo stillicidio delle sottrazioni viene scaricato sulle assicurazioni, e i costi di gestione sono poi ripartiti sui prezzi dei prodotti. In pratica, ogni acquirente paga anche una quota della merce rubata, e così i conti tornano. L’invisibilità è il fattore per definizione “nascosto” in questo meccanismo di reciproci agguati. Il sistema economico occulta le sue strategie di profitto, poiché i prosumers non devono mai sospettare di essere i rematori delle moderne galere. Il sistema di sorveglianza è a sua volta efficace solo se si rende invisibile, ma dunque il miglior sistema di sorveglianza è quello puramente ideale, quello che non c’è ma è come se ci fosse. Si giunge a questo risultato (e vi si è oggi molto prossimi) quando il sistema di sorveglianza si è installato come un ben oliato software nelle teste di ciascuno, sotto forma di imperativo inconscio. Invisibili sono tuttavia anche coloro che si fanno beffe di tutto ciò e rimettono in circuito tutto ciò che dovrebbe essere gratuito, privo di contropartita.

I raccoglitori-cacciatori sono pesci che riescono sempre a passare fra e maglie della rete, ma la rete è intrecciata con le vite di tutti coloro che non ricordano più il loro remoto passato, né hanno memoria di una assai diversa rete che essi contribuivano a comporre.

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