Sfiorare il silenzio

1 Posted by - February 8, 2018 - comunicazione

(scritto nel 2003, mai pubblicato e rivisto nel 2017)

Riccardo Notte

L’esperienza del silenzio è così lontana dal nostro sentire che alcuni ricercatori hanno tentato di reinventarla, adottando vari artifizi, che ben si adattano alla artificialità sviluppata dalla nostra specie come suo proprio sistema di vita.

Tra questi strumenti che alterano in vario modo la percezione e la propriocezione, spicca la cosiddetta “vasca di deprivazione sensoriale”.

Questa vasca è un ambiente simile a un grande sarcofago, munito di uno sportello per entrare ed uscire comodamente. Ampie pareti trasparenti evitano di avvertire il disagio claustrofobico di chi è chiuso in un ambiente assai ristretto. La vasca è ricolma quasi per intero di acqua salata ad una concentrazione così alta da impedire al corpo umano di affondare, anche volendo. E’ come immergersi nella acque del Mar Morto, che è come si sa un lago così salato da impedire l’esistenza di qualsiasi forma di vita, ma anche qualsiasi annegamento. Questa soluzione è inoltre tenuta a una temperatura vicina a quella corporea; anche il Ph è identico a quello presente sulla pelle umana. Quindi, immergendosi si galleggia senza sforzo alcuno. L’enorme spinta idrostatica compensa qualunque movimento, per quanto brusco, e perciò si sperimenta la piacevole sensazione dell’assenza di gravità nella più assoluta sicurezza e nel più totale confort.

Utilizzata dalla NASA durante i primi passi dell’era spaziale per simulare uno stato di assenza pressoché assoluta di stimolazioni sensoriali, situazione che presumibilmente avrebbe vissuto l’astronauta immerso nelle condizioni estreme dello spazio profondo, la vasca fu inventata e utilizzata per altri scopi da John C. Lilly, psichiatra (ma oggi lo si direbbe “neuroscienziato”) fra i più noti esponenti della ricerca psichedelica californiana. Egli sperimentava la sospensione corporea della vasca acuendo tale condizione con massicce dosi di ketamina o di altre sostanze psicotrope.

Annegarvi – si è detto – è impossibile e per questo, durante le immersioni, è possibile assumere senza rischio potentissime droghe anestetiche come la ketamina. L’assenza di rumori, di forti luci e di variazioni di temperatura produrrebbe, almeno secondo la letteratura, una progressiva presa di distanza dal mondo: una “sospensione” che si può agevolmente assimilare al silenzio.

Chi si è tuffato in questa condizione molto particolare, anche senza l’uso di droghe sembra possa vivere esperienze inusuali. Alla quasi totale assenza di treni di impulsi provenienti dal mondo corrisponderebbe una espansione di percezioni autogenerate, propriocettive. Pare dunque che in queste condizioni la mente si popoli di visioni, e i sensi riverberino percezioni di non si sa quale natura.

Allucinazioni, si dice, ma con ciò si liquida un enigma con una semplice parola. I medioevali non agivano diversamente quando negavano la validità delle esperienze empiriche appellandosi all’autorità di Aristotele. E così accade sovente anche oggi, quando si ha a che fare con i fenomeni psichici non riducibili nei recinti dell’ortodossia medica. Così, l’uso della ketamina in anestesia è temperato dalla somministrazione di benzodiazepine, che eliminano dalla memoria del paziente le emersioni di esperienze psichedeliche.

Ma a quanto pare nella vasca di deprivazione sensoriale queste esperienze possono emergere da sé, senza alcun aiuto artificiale. Se il cervello non riceve più quelle potenti sferzate di stimolazioni che de-finiscono partizioni del mondo esterno, esso però non resta “con le mani in mano”, e si mette a produrre di suo quel che gli è venuto a mancare.

Quando dormiamo sperimentiamo in certa misura stati di deprivazione sensoriale analoghi a questi. Il tepore del letto, il silenzio, il buio, la spossatezza di una giornata di attività sono precondizioni senza le quali difficilmente si cade nel sonno popolato di sogni. E i sogni sono l’espressione di uno stato di iperattività del cervello che si verifica a intervalli regolari, in media dalle cinque alle sette volte circa per notte, come è noto.

Però, è anche vero che i sensi sono sempre in qualche modo presenti: il letto è un oggetto percepibile; le coperte, per quanto leggere, hanno un peso. In posizione orizzontale il peso è distribuito per tutta la lunghezza del corpo e quindi sperimentiamo circa la metà della gravità terrestre a cui siamo abituati. Tuttavia, mezzo G non equivale all’assenza di peso. Per di più i rumori, per quanto soffusi, sono sempre presenti. Esistono porzioni del nostro cervello rettiliano che durante il sonno hanno il precipuo compito di vagliare questi rumori, decidendo se essi sono “normali”, e perciò innocui, oppure se indicativi di un pericolo. Perché ciò accada il cervello deve essere in parte “all’erta”, ben più di quanto non accada nella vita attiva.

La vasca potrebbe dunque essere anche una specie di “amplificatore” degli stati mentali che accompagnano la sospensione notturna della coscienza, ma paradossalmente un amplificatore che si applica alla condizione della veglia. Forse qui sulla terra di meglio non si può ottenere. Eppure c’è un luogo dove le condizioni sono ancora più favorevoli: lo spazio esterno, interplanetario.

Alcuni esploratori del cosmo hanno apertamente dichiarato di aver vissuto esperienze ai limiti del misticismo, il che sorprende, poiché la gran parte di questi individui è costituita da scienziati duramente addestrati, o perfino da militari, cioè da campioni dell’umanità che ci si aspetterebbe ben distanti dalle suggestioni dei voli dell’anima.

Molti attribuiscono questa modalità estatica allo spettacolo dell’universo. Attraversata la spessa coltre dell’atmosfera e lasciatasi alle spalle la ionosfera l’astronave viaggia in un ambiente dove la luce è priva di rifrazioni, cosicché l’universo manifesta qualità visive insospettabili. Però questa cognizione è succube della dimensione retinale, tipica della civiltà in cui viviamo, e non tiene conto del fatto che, per quanto strabiliante, lo spettacolo cosmico è anche altamente ripetitivo. Sulla terra le variazioni di luce, di colore e di forme creano una varietà talmente ricca di sollecitazioni sensoriali da costituire di per sé uno spettacolo senza fine, e infatti ci riesce difficile sollevare lo sguardo dalla terra per puntarlo al semplice orizzonte.

E allora deve esserci qualche altra componente, non soltanto visiva, nello stato di sospensione descritto dai più loquaci astronauti. L’assenza di gravità ha sicuramente il suo “peso”. Ogni particella del nostro corpo è in relazione diretta con la gravità terrestre, come del resto accade per ogni singolo vivente sul pianeta. Perciò, l’assenza di gravità è vissuta da ogni più riposta parte del nostro corpo come un salto in un’altra dimensione, dove le regole di quel corpo non valgono più. Una dimensione in cui “pesantezza” e “leggerezza” hanno evidentemente significati distinti dai nostri, e dove il verbo “sentire” equivale a una facoltà che non ha bisogno di incontrare “oggetti” per esplicare un costrutto.

Gli astronauti incontrano questa dimensione senza alcuna vera preparazione, se si eccettua l’addestramento nelle piscine e negli aerei in caduta libera. Essi sono in certo qual modo scaraventati malgrado tutto in un ambiente che trasforma i loro approcci col mondo in una misura che essi non sono in grado di gestire. Questo fatto determina l’insorgenza di due tipi opposti e speculari di nostalgia.

Quando l’astronauta si trova nello spazio, ma in prossimità della terra, egli vede il globo nella sua interezza, come una visione, come un uovo cosmico di sublime, pulsante bellezza, e ne comprende l’intrinseca unità ma anche la fragilità. Prova insomma un senso di protezione misto a nostalgia. La nostalgia della madre.

Anche questa è un’esperienza mistica, totale, solo che essa è rivolta verso il centro da cui è scaturita la nostra particolare forma di vita, un centro dotato di quelle caratteristiche fisiche e non altre, con quella peculiare forza di gravità, con quel clima e quella distribuzione fra terre e acque, con quelle piante e quegli animali e quelle rocce, quei deserti, quelle foreste, quei batteri, quei venti, quei vulcani, quel tipo di pane nero con quelle cipolle e quel vino rosso. Il tutto visto per la prima volta in una ipostatica unità. Non c’è da stupirsi se al loro rientro molti astronauti manifestino sentimenti ecologisti, poco o punto espressi prima del viaggio nello spazio.

C’è però un secondo tipo di nostalgia, che deriva dal ricordo dello spazio medesimo, dalle sensazioni che esso ha provocato, dai sentimenti che esso ha sollecitato, perlomeno sugli animi sensibili. Dagli scarni resoconti di questi viaggi emergono parole come “arcano”, “visione”, “contemplazione”. Ma in genere sono termini appena sussurrati, perché bisogna capire da quali ambienti provengono queste persone e che genere di forma mentis hanno dovuto acquisire per fare quello che fanno. Le esperienze mistiche non facilitano quel tipo di carriera. E poi è noto che nello spazio gli astronauti sono costretti a massacranti turni di lavoro: è tutto un turbinare di impegni e di esperimenti, e né manca il pericolo. Stupisce, quindi, che in mezzo a tutto questo gran da fare si riesca a trovare il tempo per avvertire l’eccezionalità di una siffatta esperienza.

Eppure accade. Che genere di dinamica psicosensoriale origina quelle involontarie consapevolezze? Si possono a proposito formulare infinite congetture; però, forse, è più semplice partire da un dato banale. Le astronavi sono poco più che gusci attrezzati, bare sufficientemente confortevoli, ma nulla di più. Intorno ad esse, al di là di una sottile parete metallica, e in ogni direzione, si estende il cosmo infinito, la cui caratteristica fisica che maggiormente colpisce i nostri sensi, ma per sottrazione, è l’assenza di suoni: il silenzio. Se non che il nostro apparato neuromotorio si è formato nel corso di milioni di anni in un ambiente ove la trasmissione dei suoni è tra le fonti primarie di informazioni vitali. È pressoché impossibile sfuggire alle vibrazioni sonore, anche per i sordi dalla nascita, poiché in questi sfortunati casi il corpo intero si trasforma in una sorta di orecchio vicario.

Soltanto i mistici – si dice – riescono a raggiungere una autentica esperienza del silenzio: il silenzio interiore. Ma per conseguire codesta estatica condizione essi devono per così dire “porre un silenziatore” sul mondo. Da qui la necessità quasi fisiologica del romitaggio. Tuttavia, lasciare il mondo fuori dalla porta è una precondizione necessaria, ma non sufficiente.

Qui, per “mondo” si intende l’insieme umano, l’universo delle azioni intenzionali e delle parole, che può essere ridotto alle relazioni essenziali con un accurato isolamento, ma al quale non si sfugge mai completamente. Robinson conserva il legame con la comunità umana grazie agli strumenti che recupera dal relitto, e poi grazie a Venerdì, che è probabilmente una proiezione della sua psiche, ma con la quale egli parla.

In una vasca di deprivazione sensoriale si è un po’ come dei Robinson della mente; le attività metaboliche sono ridotte, le vie afferenti sono quasi integralmente chiuse, le funzioni vitali si abbassano. Ma anche lasciandosi alle spalle il genere umano resta il mondo fisico, il pianeta medesimo, la cui somma di vibrazioni si fa sentire costantemente in ogni fibra del nostro essere, poiché non esiste soltanto il suono trasportato dall’aria, ma anche quello che origina dalla terra medesima, e perfino, in senso molto intimo, subcellulare, dalla forza di gravità, la più appariscente di tutte le energie.

Per ottenere l’assoluto silenzio l’anacoreta deve allora dissolvere la spessa gelatina delle vibrazioni fisiche ed è plausibile che la meditazione, come pure la cosiddetta mortificazione della carne, mirino proprio a questa condizione di assoluto distacco; parola, quest’ultima, che indica appunto una separazione assoluta da ogni forma di contatto, ed è noto che i suoni si propagano sempre in un medium.

Può anche darsi che i cosiddetti fenomeni di levitazione altro non siano che la manifestazione fisica della deflessione delle vibrazioni energetiche emanate da ogni particella di materia aggregata. Certo, le energie fondamentali agiscono in assenza di qualsiasi medium e il principio del contatto fisico, valido su scala macroscopica, nelle regioni subatomiche non ha più alcuna consistenza. Ma è anche vero che la fisica attuale – se si è onesti – nulla dice di davvero consistente sulla relazione fra la psiche e la materia.

Le sensazioni sperimentate da molti astronauti probabilmente emergono da una condizione estrema che sottrae corpo e mente alle sue abituali relazioni con la materia. Chiusi nelle loro bare volanti essi riempiono di fatti e di atti il loro rapido attraversamento delle regioni sublunari. Un invisibile filo di Arianna li lega via radio alla sorgente, come un cordone ombelicale che scambia costantemente fluidi psichici.

Eppure, tutto questo non basta. L’impressione del vuoto siderale deve penetrare a fondo nelle loro coscienze. Al di là della Terra, già così remota, si estende la vertigine dello spazio-tempo. Il cielo non è più sopra, ma sotto e intorno, per ogni dove. Per decidere dove è collocata la testa e dove i piedi ci si deve affidare a un artificiale sistema di coordinate ricavato dalla disposizione spaziale degli oggetti distribuiti nei minuscoli ambienti della navicella o della stazione spaziale, poiché la gravità non suggerisce più alcunché.

In condizioni ancor più estreme, cioè durante le escursioni extraveicolari, le coordinate visuospaziali scompaiono e il sistema nervoso è costretto a giudicare basandosi su uno sforzo cosciente, come negli esperimenti ottici del neuroscienziato Vilayanur Ramachandran, dove le forme ambigue derivanti da particolari esposizioni alla luce si invertono a seconda del punto di vista adottato dal soggetto. Ma un riflesso puramente volontario non può nulla contro l’immane sottrazione percettiva prodotta dall’esposizione all’universo intero. I sensi umani, calibrati dall’evoluzione su un’infinità di esperienze tattili e prossimali, invano tendono ciascuno il proprio arco, né le rispettive frecce possono anche soltanto lontanamente sperare di raggiungere qualsivoglia bersaglio. Perfino la vista, il più enigmatico dei sensi, è in realtà priva di oggetti, poiché lo spazio cosmico suggerisce profondità che nessun occhio umano è in grado di rincorrere.

Ciò che il corpo sperimenta è quindi un silenzio esteso, un vuoto che dall’esterno si propaga verso l’interiorità, aprendo varchi inattesi nelle plurime sovrapposizioni che costituiscono il sé, come gli strati madreporici di una perla.

Può darsi che da queste vie quei materiali stratificati inizino a fuggire senza controllo, come le allucinazioni o i sogni ad occhi aperti che affollano le menti di chi è immerso in stati di deprivazione sensoriale, prima che sopraggiunga la calma. Quando quei fantasmi si sono dileguati sopraggiunge il silenzio, premessa per ogni attitudine all’ascolto.

Forse, se tutti gli enti dell’universo si ponessero in reciproco ascolto, ciascuno di essi sentirebbe dentro si sé il silenzio e l’attesa di tutti gli altri come un’unica onda che si espande all’infinito, in perpetue mobili sfere concentriche. L’unità, la perfezione, non può infatti essere separata in partizioni, in punti di vista o in elementi da cui hanno origine eventi. Questa eco subliminale, appena suggerita da condizioni estreme, è resa impossibile dalla presenza stessa di un corpo fisico, da un abito materiale e mentale, da un hic et nunc descrivibile. Ma una volta preso contatto con quell’altra realtà è difficile staccarsene. John H. Glenn ha conservato nella mente il ricordo dei silenzi siderali e vi è tornato, ultrasettantenne. Molti altri non sono così fortunati. Restituiti alla terra restano in parte lì, col naso rivolto in aria, forse in attesa di un viaggio definitivo.

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