I nuovi “quadri” della mente

0 Posted by - October 21, 2018 - antropologia

I nuovi “quadri” della mente
Una lettura estetica e antropologica dell’ascesa dei “metamorfemi”
(Pubblicato nel volume “Icona Eletta”, Brera Academy Press, 2018, pp. 21-28)

Nel racconto The Veldt, del 1950, Ray Bredbury descrive una avveniristica dimora in grado di svolgere automaticamente qualunque compito domestico. Questa Happylife Home, o “casa della felicità”, può proiettare (e perfino materializzare) qualunque scenario, oggetto o entità obbedendo a semplici comandi verbali. Trascurando le inevitabili esagerazioni della science-fiction, colpisce la descrizione di un ambiente cangiante, che soddisfa i desiderata dei suoi occupanti: un habitat “liquido”, per usare il fortunato aggettivo di Bauman.
L’espediente narrativo di Bradbury annovera innumerevoli varianti: le magioni robotizzate interattive della civiltà di Solaria, descritta da Isaac Asimov, il sotterraneo multifunzionale inventato da Clifford D. Simak in “La casa dalle finestre nere”, il ponte ologrammi della serie Star Trek e così via.
Sono altrettanti e spesso interessanti esperimenti mentali sugli effetti percettivi, estetici, emotivi e cognitivi di rivoluzioni tecnologiche plausibili. Talvolta, questi remoti orizzonti sono annunciati da tecnologie ancora immature, che però aprono brecce sull’ipotetica immutabilità di condizioni fisiche e mentali date per scontate.
Ora, la “solidità” della casa e la materialità degli oggetti in essa contenuti, quadri compresi, è stata per vari secoli una condizione ovvia, benché, a ben vedere, essa esibisca offra una lunga ed elaborata storia; senza questa “ovvia” permanenza e solidità non sarebbe stato possibile costruire il concetto di privacy, in cui si fondono il recipiente e il suo contenuto. La casa è poi un raccoglitore di significati e di simboli materializzati: mobili, oggetti, lampadari, libri, arredi, tappeti; ma anche, in misura rilevante dal punto di vista identitario, fotografie, stampe, quadri, sculture o altri tipi di emblemi, immagini e simulacri che esibiscono più di altri oggetti tendenzialmente seriali un significato “per sé”, che in vario modo riflette le proiezioni sociali di un individuo, del suo “Io” (ammesso che esista un qualche circoscrivibile bedeutung di questo pronome) o del suo “Sé” (qualunque cosa voglia definire questo altrettanto problematico pronome riflessivo).
La contemplazione distratta o attenta di tutti questi oggetti fa parte dell’esperienza quotidiana e di solito non vi si presta attenzione. Però, ciò che è consuetudinario non sempre è semplice. Da tempo l’antropologia studia lo spazio domestico quale dinamico intreccio di relazioni legate al contesto, al tempo storico, alla classe sociale, alla struttura parentale e ad altre variabili, poiché gli ambienti privati che “abitiamo” in modo “naturale” sono in realtà particolarmente ricchi di costrutti intenzionali e di mediazioni.
Gli oggetti casalinghi, compresi i quadri, le sculture o le fotografie incorniciate, sono infatti indicatori di processi culturali interattivi.
L’antropologa Sophie Chevalier, in uno studio sull’evoluzione dell’arredamento in Francia, osserva che lo spazio domestico è un luogo in cui avviene una costante negoziazione tra i membri del gruppo familiare. Non solo la destinazione d’uso degli spazi, ma principalmente gli oggetti che li occupano sono processi costruiti nel tempo, che definiscono l’identità dei rispettivi proprietari. La Chevalier nota che fra gli manufatti, soprattutto se collocati in bella vista per essere notati, come quelli che occupano le pareti, esistono spesso degli “echi” che mostrano le affinità tra le scelte degli attori sociali, per esempio fra marito e moglie.
Tali oggetti possono anche rispecchiare sottili conflitti psicologici, ma tradotti in incompatibili principi estetici che rispecchiano differenti costrutti valoriali. Soffermiamoci su un particolare tipo di conflitto involontario.
In generale gli oggetti, ma in particolare gli oggetti d’arte, riflettono i modelli socio-culturali vigenti in una classe sociale, in una cultura e in un determinato tempo.i Se la costruzione dell’identità è interamente dovuta agli attori sociali in gioco, allora la costruzione dell’habitat privato segue le dinamiche interne al nucleo familiare. Ma può sorgere un problema quando si beneficia di una eredità: mobili, suppellettili e soprattutto quadri, specie se di valore medio, non tale quindi da incoraggiarne la vendita per realizzare profitti importanti o l’accumulazione per il loro intrinseco valore di scambio, sono sempre latori di una loro identità temporale. Questa identità diventa una vera e propria “presenza” se in eredità cadono le opere d’arte (che talvolta provengono da eredità precedenti).
Si pensi all’imbarazzante eredità del ritratto dell’antenato: un oggetto quasi incollocabile in un medio habitat domestico contemporaneo, soprattutto in Occidente. L’identità temporale di un simile elemento decorativo dichiara per sé di essere fuori contesto e facilmente può generare problemi di negoziazione a causa di possibili conflitti di lignaggio tra gli eredi.
In generale, ogni oggetto del passato, specialmente se d’arte, “parla” di mediazioni appartenute a soggetti che hanno negoziato i loro simboli di appartenenza e di riconoscimento socio-culturale in contesti ormai non più esistenti.
Di solito, questo tipo di “irruzione” del passato nel presente (ma soprattutto in quel particolarissimo contesto che è il nostro presente) può essere “elaborato” ricorrendo a una manipolazione semantica e psicologica. Nel suo celebre saggio sul dono, Marcell Mauss studiò il potere contenuto in determinati oggetti, talvolta esteticamente ricercati, notando che nella società polinesiana lo scambio dei doni ha funzioni rituali che accompagnano gli eventi salienti della vita sociale come la nascita, la circoncisione, la malattia o il matrimonio.
Tuttavia, esistono beni che quasi non sono scambiabili poiché costituiscono parte del patrimonio simbolico della famiglia o del clan. Sono i cosiddetti taonga: “[…] fortemente legati alla persona, al clan, al suolo; sono il veicolo del suo “mana”, della sua forza magica, religiosa e spirituale” ii. Tali beni sono dotati di uno hau, ovvero di un potere spirituale strettamente congiunto alla persona, alla famiglia o al clan che li ha posseduti o creati. Secondo Mauss l’eventuale “passaggio di proprietà” implica anche un passaggio di questi poteri, il che rende questi oggetti particolarmente affascinanti e pericolosi, perché hanno assimilato un potenziale sacrale. Come afferma Mauss, “lo hau insegue tutti i detentori”.
La Chevalier nota che nella civiltà francese contemporanea, perlomeno nell’ampia classe media e medio-alta, certi oggetti particolari, per esempio mobili antichi, arredi preziosi e naturalmente anche quadri, sculture o disegni collezionati dai genitori o dagli avi e tramandati ai discendenti, in un certo senso posseggono proprietà supplementari, affini allo hau, che superano il valore economico o estetico di tali oggetti, perché riguardano la costruzione simbolica: la particolare narrazione pubblica/privata che definisce la “storia” della famiglia, con tutto il carico delle sue autorappresentazioni: presenze semiotiche che Mary Douglas identifica come cifrari comunicativi che implicano significati morali che possono avere effetti coercitivi e manipolativi.iii
Disfarsi di tali oggetti è difficile perché essi superano il criterio dell’utilità contingente. Lo hau di questi manufatti, soprattutto se personalizzati come lo sono le opere d’arte, insegue i suoi momentanei possessori senza tregua; ma ciò che ancora fino a mezzo secolo fa poteva essere un vantaggio cumulativo dell’identità sociale di un individuo o del suo clan, oggi diventa quasi sempre un gravame, incompatibile con la struttura cognitiva della vita contemporanea.
Gli oggetti d’uso nella vita quotidiana costituiscono una eterogenea ma consistente struttura simbolica che media o sorregge ogni nostra azione cognitiva e sociale. Merlin Donald li definisce “esogrammi”, per distinguerli dai simboli interni alla mente di ciascuno.iv Gli ambienti umani sono costituiti in misura sempre maggiore e sempre più complessa da queste mappe cognitive esterne. Percorrere una via cittadina, o entrare in un edificio pubblico o in un qualunque ambiente strutturato, implica la capacità in parte conscia e in parte subconscia di comprendere, attraversare e manipolare habitat simbolici tanto complessi quanto mutevoli. Ma ciò vale perfino nelle abitazioni, luoghi utili e pratici, e nondimeno spazi formati da manifestazioni culturali e simboliche oggettivate.
L’antropologo Roger Bartra attribuisce a queste espressioni simboliche una funzione cognitiva primaria. Secondo Bartra l’intero insieme di simboli esterni costituisce ciò che egli definisce l’“esocerebro”: la parte esternalizzata dei nostri processi cerebrali. È una concezione di lontana ascendenza mcluhaniana, che mostra la profonda interazione tra le funzioni cognitive e gli oggetti dotati di funzioni simboliche proiettati e incarnati nella realtà esterna. Fanno parte di queste funzioni anche gli spazi privati, che rappresentano un complesso insieme di segni e di funzioni, dal sonno all’alimentazione, dalla pulizia alle relazioni interpersonali.
Se l’abitazione privata è un contenitore di memorie impresse nello stile delle sue decorazioni, nei mobili e nei vari oggetti che la completano, analogamente il cervello usa la massa di informazioni stoccate in questo ambiente sia come un archivio della memoria e delle azioni sia come un processore esternalizzato di algoritmi funzionali. Esisterebbe pertanto una “codificazione deittica”, che consiste nell’attualizzazione permanente dei dati inseriti nell’ambiente, soprattutto nell’ambiente domestico; una ricognizione visuale e inconscia che assorbe costantemente informazioni impresse nel contesto, soprattutto se il contesto è arricchito dalle decorazioni e dagli oggetti presenti sui mobili o alle pareti della casa:

The hause and its furnishings, in addition to being confortable refuge for its inhabitants, are a cognitive prothesis; this explains the importance – even in the simplest and poorest homes – that forms and decorations of beds, sofas, chests, wardrobes, rugs, and tapestries have had. […] It does not appear that the profusion of adornments is the manifestation of an esthetic instinct; rather, it is the expression of the cerebral circuits that are looking to be completed by all kinds of signs, symbols, and signals imprinted on the objects surrounding humans and that are usually accompanied by appropriate cerimonial.v

L’intrinseca dinamica di questo incessante processo di produzione e fissazione simbolica si può rilevare ancor meglio in un particolare ambiente della intimità domestica; la stanza riservata ai figli, soprattutto se adolescenti. Mobili e pareti di questi ambienti mostrano un dinamismo che sovente non si riscontra nel resto delle stanze, dove avviene una più complessa ma molto più lenta negoziazione degli oggetti simbolici, soprattutto se esteticamente rilevanti.
La camera dell’adolescente è invece uno spazio in progress per definizione, che riverbera il rapido mutamento dovuto alla crescita cognitiva e affettiva tipica dell’infanzia e dell’adolescenza. Queste stanze sono molto spesso caratterizzate dalla sovrabbondanza di elementi decorativi, caratterizzati sovente dalla loro effimera collocazione. In particolare, le pareti sono vere e proprie “lavagne dell’identità”, che manifestano sotto forma di poster, disegni, fotografie, pitture murarie, monili, souvenir e oggetti i più vari lo sviluppo progressivo del sé, ma anche la mappa cognitiva ed emotiva in progress elaborata dal soggetto.
L’eccesso di segni e di simboli, spesso dotati di caratteristiche estetiche forti e perfino esasperate, in un certo senso mostra talune analogie con lo sviluppo neuronale del bambino.
È noto, infatti, che i cuccioli della nostra specie vengono al mondo “incompleti” da molti punti di vista. In particolare il cervello dei neonati, a differenza degli altri mammiferi, non è ancora “cablato” in modo sufficiente. I neuroni umani appaino dopo la nascita poco connessi; ma le tumultuose esperienze prodotte dalle percezioni e dalle interazioni permettono in breve una prodigiosa infiorescenza di connessioni sinaptiche. A due anni un bambino normale possiede circa il doppio delle connessioni che avrà da adulto. A quel punto, però, inizia un processo inverso, cosicché molte connessioni vengono mano a mano sfoltite, mentre quelle che restano si irrobustiscono sempre più. Si può dire che il cervello dell’infante manifesti un vero e proprio horror vacui sinaptico, mentre quello dell’adulto un relativo horror pleni.
L’analogia con il comportamento adolescenziale tipico che stiamo descrivendo e interpretando non riguarda ovviamente la funzionalità cerebrale; però, la maggioranza degli adolescenti, nella nostra cultura, manifesta questa tendenza alla espansione e moltiplicazione dei segnacoli identitari, soprattutto se essi hanno forme esteticamente attraenti ai loro occhi (che tutto ciò alimenti una fiorente industria culturale, è un altro discorso).
Però, è noto che gli adolescenti attuali, definiti “nativi digitali” con un’espressione mutuata dall’antropologia, sono tra i soggetti sociali che più si affidano ai nuovi strumenti elettronici. Queste interfacce sono caratterizzate dal punto di vista estetico da varie particolarità, che mescolano il vecchio e il nuovo. Nonostante (e quasi in opposizione) all’intrinseca standardizzazione algoritmica e tecnologica di smartphone, laptop o tablet, ogni device posseduto dagli adolescenti appare personalizzato sulle cover, sullo screensever o sui profili dei social media. Almeno in parte, tali strumenti sono il prosieguo logico ed estetico delle “pareti dell’identità” contravvenendo al fatto apparentemente ovvio che si tratta di “periferiche”. Sono infatti percepite dagli adolescenti (e non solo) come unità “centrali” che estendono in un uno spazio virtuale le proiezioni tangibili dell’identità.
Questo continuum va dagli elementi reali, appunto materiali, corporei, effettivamente esposti o fissati sulle pareti, ma in generale ovunque sia disponibile una superficie (anche interna, per esempio di un mobile o di una scatola), alle copie virtuali sotto forma di video, foto digitali, tracce acustiche o elaborazioni elettroniche in due e 3d. La minore definizione dello spazio interno/esterno si associa a una percezione della temporalità necessariamente appiattita sul tempo presente, sul rapidissimo scambio di informazioni provenienti dai più vari dispositivi, piattaforme e reti e sull’incessante flusso di percezioni, simbolizzazioni ed elaborazioni.
Il che ostacola la ricapitolazione ordinata, ma avvantaggia la ricombinazione.
Nei termini descritti da Bartra, l’esocerebro degli adolescenti espande la struttura simbolica del proprio habitat privato oltre i confini della stanza e si proietta in un’area elettronica globale carica delle più varie e pervasive sollecitazioni dai confini quantomeno sfumati. Lo scrittore Philip K. Dick illustrava con largo anticipo questi nuovi contesti simbolici ed estetici definendoli “metamorfemi”. Dick, nei suoi ragionamenti borderline, descriveva VALIS, acronimo che sta per una sorta di sistema artificiale intelligente, globale e “vivente”.
E infatti la generazione dei nativi digitali riesce a integrare i segnacoli del passato (per esempio in campo musicale) con i prodotti del presente, ma a patto che essi siano esteticamente riformattati su piattaforme live e upload, per esempio YouTube. Questo nuovo sistema generalizzato di costruzione estetica e cognitiva entra però in conflitto con le “vecchie” mappe cognitive e percettive. Si verifica pertanto una frattura fra lo spazio della mediazione simbolica “arcaica” e il nuovo spazio-tempo dell’intermediazione simbolico-cognitiva di matrice elettronica. Non è affatto un caso che il passato, soprattutto se prossimo, incarnato in oggetti (soprattutto estetici) che esibiscono una loro “resistenza” oggettiva e oggettuale, sovente provochi tra i nativi digitali espressioni di rifiuto o di aperta insofferenza.

Sophie Chevalier, The French Two-Home Project. Materialization of Family Identity, in At Home. An Anthropology of Domestic Space, (Ed. by Irene Cieraad), Syracuse University Press, Syracuse, New York, 1999, pp. 83-94.

1 Marcell Mauss, Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les société archaïques, 1925, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, trad. it. di Franco Zannino, Einaudi, Torino, 2002, p. 24.

2 Mary Douglas, Baron Isherwood, The World of Goods. Toward an Anthropology of Consumption, New York, Norton, 1979, p. 59 e ss.

3 Merlin Donald, Origins of the Modern Mind, 1991, L’evoluzione della mente, trad. it. di Laura Montixi Comoglio, Garzanti, Cernusco sul Naviglio (MI), 1996.

4 Roger Bartra, Anthropology of the Brain. Consciousness, Culture, and Free Will, Cambridge University Press, 2014, p. 163.

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